Mind, Heart & Spiritual Care
L’uomo è forse la creatura più timorosa di tutte, perché oltre alla paura dei predatori ha timore dei pensieri che gli vengono dalla propria coscienza
Irenäus Eibl-Eibesfeldt
Mente, cura psicologica e cura spirituale
Nessuno è probabilmente in grado di tracciare le origini delle pratiche della cura psicologica. Probabilmente esse risalgono agli uomini che praticavano la medicina primitiva, agli stregoni e agli indovini. E, più tardi, ai magi, ai sapienti, e ai sacerdoti. È dunque probabile che per un certo tempo, nella storia dell’umanità, la cura psicologica o “psicoterapia” si sia sovrapposta alla cura spirituale.
Il campo di integrazione tra la psicoterapia e la cura spirituale è rappresentato dalla coscienza: ossia, la “consapevolezza o percezione di un fatto psicologico o spirituale interiore; la conoscenza intuitivamente percepita di qualcosa nel proprio sé interiore” (Merriam Webster Unbridged Dictionary).
La coscienza sottende la mente e i pensieri di una persona: in particolare il “rendersi conto”, il “rientrare in sé stessi”. Questi sono concetti essenziali per intuire l’essenza della psicoterapia. Freud affermava:
“Mi sono dedicato per anni, a scopo terapeutico, a dissolvere nei loro elementi varie formazioni psicopatologiche, come le fobie isteriche, le rappresentazioni ossessive, e altre, cioè sin da quando ho imparato, da un’importante comunicazione di Josef Breuer, che per queste formazioni, intese come sintomi patologici, dissolverle nei loro elementi significa risolverle. Se si riesce a ricondurre una di queste rappresentazioni patologiche agli elementi dai quali è sorta nella vita psichica dell’ammalato, essa si scompone e l’ammalato ne risulta liberato.” (Sigmund Freud. Interpretazione dei sogni (1899) Opere, Vol. Terzo. Editore Boringhieri, Torino, 1980, p. 102)
Tradizionalmente, la consapevolezza, l’insight - (il processo per il quale diventa chiaro il significato, il senso di una esperienza, inteso anche come suo scopo, l’importanza di questa esperienza, intesa come le conseguenze che essa comporta, lo schema o modello – pattern - con cui si realizza, e la sua funzione, intesa anche come opportunità) -, e la comprensione che deriva da questo processo, sono sempre stati considerati gli obiettivi finali della psicoterapia condotta secondo principi psicodinamici.
In questa definizione è implicita la constatazione che un tipo di insight limitato al piano intellettuale, che si riduca cioè al rendersi conto del problema unicamente a livello del pensiero razionale e del ragionamento, non abbia che un minimo valore. Perché si realizzi il cambiamento terapeutico, affinché cioè il paziente modifichi concretamente il suo comportamento, è necessario che l’insight venga integrato con una elaborazione comprendente le emozioni, e l’esperienza, intesa nel significato di prova, di vissuto, e quindi di confronto con la realtà sensibile, concreta.
Questo è il motivo per cui, a partire dagli anni Cinquanta, la stessa relazione terapeutica si è considerata capace di un ruolo curativo. Si osservava che quanto più il terapeuta era in grado di sviluppare una valida esperienza emozionale all’interno di una nuova relazione umana, tanto più si producevano degli effetti terapeutici che risultavano indipendenti dall’insight del paziente. La comprensione empatica da parte del terapeuta aiutava il paziente a divenire consapevole dei propri bisogni e ad accettare le proprie paure convertendole in autostima e in ideali positivi, qualora si decidesse a sfidarle.
Il triangolo dell’insight (Menninger, 1958) rappresenta un utile modello concettuale per comprendere il processo di rielaborazione psicologica. Nel corso della psicoterapia il terapeuta nota determinati pattern (schemi ripetuti di funzionamento) presenti (1) nelle relazioni interpersonali attuali del paziente; e quindi li collega (2) ad antecedenti relazioni con i familiari; (3) e a modelli di transfert (un processo in cui i sentimenti che si provavano per qualcuno - ad esempio un genitore - quando si era bambini diventano diretti verso qualcun altro - ad esempio uno psicoterapeuta). A questi modelli di funzionamento, considerati nel loro insieme, corrispondono specifiche rappresentazioni di sé stesso (o rappresentazioni di autoaccudimento). Cosicché, alla fine, il paziente diviene conscio dei suoi personali schemi inconsci cognitivo-affettivi di funzionamento.
Questi pattern possono essere riconosciuti e collegati ai tre lati del triangolo durante l’intero corso della terapia, e vengono indicati al paziente ogni volta che emergono. Quando il paziente vede un determinato schema ripetersi in contesti sempre diversi, gli diviene meno estraneo e acquista su di esso una migliore consapevolezza e una maggiore padronanza (capacità di controllo, intesa anche come disposizione a modificarlo). L’obiettivo primario del terapeuta deve essere quello di ricollegare il problema che è stato presentato dal paziente ai modelli relazionali del presente, del passato, del transfert (relazione psicoterapeuta-paziente) e del rapporto con sé stesso.
Il triangolo dell’insight (in verde), rielaborato in modo che includa le rappresentazioni di sé stesso (o rappresentazioni di autoaccudimento) (Da GN Meldolesi. Panico, ossessioni e fobie. Psicobiologia dell’ansia. Dalle origini del comportamento alle relazioni familiari. FrancoAngeli Editore, Roma, 2011)
Lo stesso modello dell’insight può essere presentato in maniera diversa nel linguaggio della teoria delle relazioni oggettuali. Una costellazione ricorrente Sé-oggetto-affetto appare nel transfert, nelle relazioni extratransferali del presente e nei ricordi del passato. Per la psicologia del Sé il pattern può essere l’aspettativa di rispecchiarsi oppure il bisogno di idealizzare gli altri. Per la teoria dell’attaccamento gli schemi relazionali inconsci corrispondono ai “modelli operativi interni”. Per le scuole di psicoterapia psicodinamica breve è essenziale individuare il cosiddetto tema relazionale conflittuale centrale (CCRT) (Luborsky (1984). Per la terapia cognitiva “postrazionalista” sono principalmente le organizzazioni di significato personale - OSP (strutture di significato emotivo-cognitivo), ovvero il nucleo dei temi emozionali dell’individuo che predispongono la persona a interagire in un certo modo nei confronti di sé stesso e nel rapporto con gli altri significativi (Guidano, 1991); rapporti che per la presenza di queste strutture vengono poi inconsapevolmente selezionati, cosicché, l’individuo si ritrova spesso in situazioni affettive simili a quelle vissute in precedenza. Per la terapia familiare l’insight si realizza nella comprensione e nella ristrutturazione degli schemi relazionali (Minuchin 1974, Selvini Palazzoli et al., 1988) e nel fatto di riscontrare la loro presenza nell’ambito delle passate generazioni, in quanto ripetizioni (Kerr, Bowen, 1988; Boszormenyi-Nagy, Spark, 1973; Andolfi, 1977, 1988).
In ogni caso, indipendentemente dal modello teorico utilizzato, tutte le scuole di pensiero (ad eccezione delle teorie cognitivo-comportamentali tradizionali - “razionaliste”) ritengono che il fatto di rivivere i propri schemi relazionali centrali sia di fondamentale importanza per un esito positivo della psicoterapia (Gabbard, 2005).
E c’è un motivo.
Comfort da contatto nelle scimmie rhesus neonate: Il classico esperimento di Harlow sulle madri surrogate del 1958 ha dimostrato che i neonati di scimmia preferivano una madre surrogato ricoperta di stoffa che forniva comfort da contatto, a un’altra madre surrogato ricoperta di filo metallico che forniva cibo ma non comfort da contatto.
Alla fine degli anni cinquanta, e nel corso degli anni sessanta, Harry Harlow (1958), con le sue scoperte sul comportamento delle scimmie rhesus, corroborò gli studi di John Bowlby (1969, 1973, 1973a, 1977, 1979, 1980, 1988), padre della “Teoria dell’attaccamento”, che hanno svelato alla comunità scientifica ciò che il buon senso aveva dimostrato da sempre: che tutti i primati, e in particolare gli esseri umani, hanno più bisogno di affetto che di cibo.
In estrema sintesi, il benessere di una persona e la sua salute mentale dipendono fondamentalmente dalla qualità delle sue relazioni e dell’attaccamento agli altri.
La teoria dell’attaccamento rappresenta attualmente il più importante quadro teorico-concettuale basato su dati empirici (che si fondano sull’esperienza) che sia mai stato sviluppato in ambito scientifico. La teoria dell’attaccamento offre una spiegazione di tipo biologico e sociale dei processi che portano alla costruzione delle relazioni affettive, al loro mantenimento e alla loro rottura durante l’intero corso di vita dell’individuo; nonché dell’influenza che le relazioni affettive esercitano sulle persone e sullo sviluppo della loro personalità (Bowlby, 1979). Questi temi sono affrontati a partire da diverse prospettive: psicologica, emozionale, cognitiva e comportamentale. E riguardano vari ambiti di studio e di ricerca: psicologica, psichiatrica, antropologica, etologica, neurobiologica e genetica.
Il sistema dell’attaccamento si è sviluppato in quanto aumentava la vicinanza fisica tra il neonato e i suoi caregiver adulti, con la funzione evolutiva di proteggere i piccoli da minacce fisiche e psicologiche, e di alleviare le loro sofferenze accrescendo la loro possibilità di sopravvivenza e di successo riproduttivo.
Come risultato i neonati/bambini sono spinti a mantenere la vicinanza a una figura di attaccamento, o caregiver, generalmente la madre, che idealmente serve da rifugio sicuro, offrendo sostegno, conforto, sollievo e rassicurazione; inoltre costituisce una base sicura facilitando l’impegno nell’esplorazione e nel gioco (Bowlby, 1969; Ainsworth et al., 1978). Il termine “base sicura” è stato utilizzato da Bowlby (1988) per descrivere anche l'atmosfera protettiva creata dalla figura di attaccamento che favorisce la curiosità e l'esplorazione e permette al bambino di sviluppare nuove capacità e interessi.
Nello svolgersi del rapporto con i genitori (o, nei casi disfunzionali, mediante la relazione con caregiver vicari, ad esempio i nonni), noi siamo predisposti ad apprendere le skills essenziali per entrare in rapporto con gli altri, con i nostri futuri partner, e con i nostri figli. Ciò non riguarda solo la cosiddetta “buona educazione”; ma anche la capacità di relazionarsi, di accarezzare, abbracciare, toccare, capire l’intenzione dell’altro, imparare a prevedere il suo agire e dunque a comportarsi di conseguenza; la capacità di riconoscere i pericoli e di attuare le contromisure necessarie a neutralizzarli, etc.
A causa dell’attaccamento, i nostri genitori, addirittura nei casi limite in cui risultino gravemente carenti, o disfunzionali, modellano l’origine e lo scopo fondamentale del nostro agire; ossia condizionano fortemente l’organizzazione logica ed emotiva della nostra mente. Sono le persone alle quali dedichiamo la maggior parte del nostro tempo e della nostra vita, che dunque per predisposizione genetica, tendiamo a proteggere, e per le quali, in condizioni estreme, saremmo addirittura disposti a morire.
La predisposizione genetica riguarda la funzioni di sopravvivenza e la protezione. In una parola le azioni correlate al sistema della paura e alle risposte di lotta o fuga, ai comportamenti di difesa finalizzati a neutralizzare le minacce alla vita propria e di quella delle persone per noi significative. Nel caso in cui l’attaccamento infantile sia risultato disfunzionale, ci ritroveremo ad agire comportamenti con le altre persone che risultano malfunzionanti, e apparentemente disfunzionali. Potremo sviluppare sintomi nevrotici – attacchi di panico, depressione, ossessioni, fobie, ipocondrie, disturbi alimentari ecc., o anche comportamenti aggressivi auto o etero-diretti. In tutti questi casi, è bene precisare che questi comportamenti sintomatici rappresentano segnali che hanno il fine evolutivo di rendere l’individuo consapevole dei torti o delle ingiustizie subite (ad es. l’essere picchiati, abbandonati, mancati di rispetto o di considerazione ecc.), da parte delle persone a lui più vicine, appunto, i genitori, i partner e i figli.
Due decenni dopo la formulazione della Teoria dell’Attaccamento, nel corso degli anni Settanta, Paul Ekman mise in dubbio l’affermazione di Margaret Mead, che le emozioni e la loro espressione facciale avessero come fondamento la cultura. Si mise in viaggio, da Manhattan, a Pechino, e fino agli altopiani della Nuova Guinea; e dimostrò che le emozioni sociali sono di origine biologica, e non culturale. Oggi, con lo sviluppo delle neuroscienze, le emozioni positive sono divenute oggetto di studio scientifico.
In particolare, le “emozioni positive prosociali”, quali l’amore o la gioia, apparentemente generate nel sistema limbico e peculiari dei mammiferi, riflettono gli adattamenti che da 1 a 2 milioni di anni fa hanno consentito la sopravvivenza dell’Homo sapiens nella savana africana. Queste emozioni nascono dalla capacità innata di tutti i mammiferi, e in particolare dell’uomo, di “amare” i genitori in modo disinteressato. Pertanto, al pari del sistema di attaccamento, sono originariamente radicate nel patrimonio evolutivo (sono determinate geneticamente).
Abbiamo detto all’inizio che la coscienza sottende la mente e i pensieri di una persona, essenziali per comprendere l’essenza della psicoterapia; e che, ad eccezione delle scuole cognitivo-comportamentali tradizionali, tutte le scuole di pensiero ritengono che lo scopo della psicoterapia consista nel rielaborare e modificare consapevolmente gli schemi cognitivo-affettivi maturati nell’ambito delle relazioni di attaccamento, allo scopo di generare risposte più funzionali di fronte alle difficoltà della vita, alle sofferenze.
Tuttavia, la coscienza contiene in sé anche la dimensione della spiritualità.
Cosa si intende per spiritualità?
Oggigiorno, ciò che si intende comunemente per “spiritualità” può comprendere un'ampia gamma di fonti di ispirazione, che variano da quelle religiose a quelle ordinarie. Per alcune persone l'enfasi è posta sull'esperienza di fruizione gratuita (ad esempio, il godimento della natura, la letteratura, la musica, l'arte) o sulle attività (la meditazione, l'esecuzione di rituali o l'impegno per una buona causa); altri vivono la spiritualità in modo più intellettuale (contemplazione o studio).” (Agora Spiritual care guideline working group, 2013).
Tuttavia, una definizione più adeguata di spiritualità potrebbe essere la seguente, in accordo con la letteratura internazionale:
"La spiritualità è la dimensione dinamica della vita umana che si riferisce al modo in cui le persone (individui e comunità) sperimentano, esprimono e/o cercano il significato, lo scopo e la trascendenza [1], e il modo in cui si connettono alla situazione in atto, a se stessi, agli altri, alla natura, al significativo e/o al sacro”. (Agora Spiritual care guideline working group, 2013).
La spiritualità riguarda l'intera esistenza; e presuppone la ricerca di “qualcosa di più grande del Sé personale separato dagli altri” (Daniel Siegel, 2021). Si può dire che abbia a che fare più con un atteggiamento di base, orientato all’origine e al fine dell’esistenza che con un particolare ambito di vita.
Di fatto, quando, nel corso della vita ci capita di vivere un’esperienza di “profonda” soddisfazione mentale, ciò corrisponde a una condizione di pienezza spirituale. In questi momenti, “la nostra coscienza trabocca di emozioni positive prosociali,” (George Vaillant, 2017). Le emozioni positive prosociali sono “morali” perché concernono il Bene, nel senso che “collegano” (integrano) tra di loro gli esseri umani: l’“amore”, la “speranza”, la “gioia”, il “perdono”, la “compassione”, la “fede”, lo “stupore” e la “gratitudine”. E’ importante sottolineare che queste otto emozioni positive concernono tutte la relazione umana. Nessuna delle otto emozioni elencate riguarda esclusivamente il “proprio sé”. Le emozioni positive, hanno la capacità di liberare il “Sé” (con la “S” maiuscola, che integra, nel proprio vissuto, le relazioni con gli altri, e i loro vissuti) dal “proprio sé”.
Di tipo diverso sono altre cinque emozioni positive: l’eccitazione, l’interesse, la soddisfazione, l’umorismo e il senso di padronanza, poiché una persona può provare queste ultime anche trovandosi da sola, su un'isola deserta.
Così come diverse sono le emozioni negative, ad esempio la paura e la rabbia, che hanno origine nell'ipotalamo; che sono di enorme importanza per la sopravvivenza individuale, e che riguardano tutte il “me”.
Le persone possono provare, intensamente, sia l’emozione negativa dell’“offesa”, sia quella positiva del “perdono”; ma il fine etologico che muove queste due emozioni è del tutto diverso.
Le emozioni negative sono cruciali per la sopravvivenza nel tempo presente. Generano situazioni a somma zero, del tipo win-lose (vittoria-sconfitta). Viceversa, le emozioni positive, sono espansive, affettuose, cordiali, e portano gli esseri umani ad aprirsi, e a costruire, generando situazioni win-win per tutti. Esse ampliano la tolleranza verso gli estranei, dilatano il raggio della propria bussola morale e sviluppano la creatività.
Le emozioni negative restringono l'attenzione e ci portano a concentrarci sui dettagli, perdendo di vista l’insieme. Al contrario, le emozioni positive, in particolare la gioia, rendono i modelli di pensiero più flessibili, integrativi ed efficienti.
Le emozioni positive prosociali sembrano essere un denominatore comune di tutte le principali religioni; e più in generale, delle esperienze di cura spirituale.
Coerente con la definizione di “spiritualità” summenzionata, la cura spirituale concerne la “ricerca del significato”, soprattutto in quelle situazioni in cui facciamo esperienza di una perdita di senso: ad esempio, la malattia o la perdita di una persona cara.
Può riguardare situazioni in cui possiamo sperimentare la sensazione angosciosa di totale perdita di controllo della nostra vita; unita spesso a sentimenti di impotenza, di dubbio, di limitazione dell’autonomia, di
dipendenza, di bisogno, di perdita della dignità.
Situazioni in cui si riduce la prospettiva temporale di vita: il dover vivere giorno per giorno, la consapevolezza della morte, l’accettazione, la rassegnazione, la negazione, imparare a gestire una situazione: “È davvero finita adesso?” “Cosa c'è dopo questa vita?” Concentrarsi sul futuro prossimo per rendere sopportabile il presente: “Come devo utilizzare il tempo che ho ancora a disposizione?” “Chi voglio ancora vedere e chi non voglio vedere?”
Può riguardare condizioni di isolamento, di disperazione.
Come si può intuire, tali situazioni e vissuti sono spesso oggetto anche della pratica psicoterapeutica. In accordo con la Teoria dell’Attaccamento, riguardano situazioni caratterizzate dalla minaccia di separazione e di perdita delle persone care. Oppure situazioni in cui viene messa in pericolo la propria personale integrità morale, o fisica, che generano un acuto stato di ansia e di stress.
Tuttavia, ciò che caratterizza tendenzialmente la cura spirituale rispetto alla psicoterapia – e più generalmente il campo spirituale rispetto a quello psicologico, è la qualità tendenzialmente estrema, ultima, finale delle questioni affrontate. Sono le situazioni più scomode, più difficili, in cui nessuno vorrebbe ritrovarsi: In termini di gravità, di vita o di morte, soprattutto in rapporto alle conseguenze; o di limite temporale / di eternità. O anche di condizionamento spaziale, l’isolamento, l’estrema solitudine. E la brusca presa di contatto col problema, la forza d’impatto della notizia, talora sconvolgente, che ci porta a dover affrontare il problema in una condizione spesso di totale inadeguatezza, e di impotenza.
In questi casi, emozioni negative come la rabbia, la tristezza, la paura, il dolore, e la vergogna ci fanno stare male; ci fanno allontanare dagli altri, ci fanno chiudere in noi stessi, o creano conflitti dentro di noi, generando una riduzione del livello di collegamento e di integrazione con gli altri, col mondo, e con noi stessi.
È in questi contesti che lavora la psicoterapia illuminata dallo spirito, e la cura spirituale: “Cosa mi dà fiducia, speranza e crescita?” “Cosa mi fa andare avanti?” “Che cosa conta davvero adesso?” “Cosa sono stato in grado di dare?” Anche “l’intera concezione della psicoterapia potrebbe cambiare se i medici iniziassero a coltivare le emozioni positive invece di concentrarsi soltanto su quelle negative” (George Vaillant, 2008).
Al contrario delle emozioni negative, le emozioni positive, come l’amore, la gratitudine, ci fanno sentire bene: ci ricollegano con il mondo esterno, ci fanno sperimentare un aumento del livello di integrazione con il contesto, con i nostri cari, e con noi stessi; anche, e soprattutto, nelle condizioni estreme, nelle situazioni al limite, che fanno la differenza per ciò che riguarda il senso e l’importanza delle relazioni. E’ necessario celebrare la vita, le benedizioni. E porre le questioni che ci riguardano in una visione più ampia, che riesca ad andare addirittura oltre la morte; che possa, talora, aprirsi alla Fede: “Posso affidarmi a un’entità superiore?”
Dunque, ogni persona, nel corso della propria vita, dalla nascita alla morte, partendo da uno stato iniziale di identità con la madre, ha l’impulso naturale a ricercare una personale differenziazione in contrapposizione a lei, e al padre, seguita da una fase di reintegrazione, a livelli crescenti di astrazione, di “complessità”.
In ciò consiste il processo di crescita, e di evoluzione degli esseri umani, e più in generale, di tutti gli esseri viventi.
A questo processo si collega la consapevolezza di ogni fatto psicologico, o spirituale interiore; nel senso della conoscenza, o dell’ispirazione percepita, di ciò che è presente nel Sé interiore. I nostri pensieri, così come le sensazioni, le emozioni, e l’esperienza dell’amore relazionale.
Quando facciamo l’esperienza di essere autenticamente noi stessi, in una condizione di profonda soddisfazione mentale o di pienezza spirituale, alimentate dalle emozioni positive, ciò corrisponde, nel corso della vita, al tendenziale raggiungimento di uno stato di consapevole, reciproco equilibrio fra differenziazione dagli altri (identità personale) e integrazione negli altri (unione condivisa, che è comune a più persone), in uno sviluppo progressivo che dall’infanzia e dalla madre come figura di attaccamento principale porta via via a differenziarci nel corso della vita e ad integrarci in un numero sempre crescente di persone, riuscendo a “comprenderle” e “rispecchiandoci” in esse attraverso un sentimento di autentica “compassione” (Giulio Nicolò Meldolesi, 2011).
[1] Trascendente: “Che trascende; che è al di là della portata o della comprensione dell'esperienza umana, della ragione, delle convinzioni, ecc. (Shorter Oxford English Dictionary - SOED). Per ciò che riguarda Dio: “Esistente a parte e non soggetto alle limitazioni dell'universo materiale” (SOED).
La Fede e lo Spirito
Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».
Gv 3,7-8
Chao-Chou chiese: "Cos'è il Tao?"
Il maestro [Nan-ch'iian] rispose: "La tua coscienza abituale è il Tao".
"Come si può tornare in accordo con esso?"
"Volendo entrare in accordo tu devìi immediatamente".
"Ma senza intenzione, come si può conoscere il Tao?"
"Il Tao", disse il maestro, "non appartiene né al sapere né al non sapere. Sapere è falsa comprensione; non sapere è cieca ignoranza. Se comprendi veramente il Tao senza ombra di dubbio, è come il cielo vuoto.
Perché trascinarsi tra il giusto e lo sbagliato?"
Lao-Tsu
Unica, per ciò che concerne l’origine e la qualità dell’esperienza spirituale, è la fede in Dio quale si rivela nella Sacra Scrittura – la Bibbia.
La “fede” può essere definita come “l'atto o lo stato di credere con tutto il cuore e fermamente nell'esistenza, nel potere e nella benevolenza di un essere supremo : fede, fiducia e lealtà verso Dio. (Merriam Webster Unabridged Dictionary).
E’ opportuno precisare che l’ “atto” o lo “stato” di cui stiamo parlando non esprime un’azione mossa dalla volontà, o men che mai dal senso del dovere. Piuttosto rappresenta l’esito di un processo esperienziale, che si protrae per molti anni, mediato dalla conoscenza, dall’osservazione diretta e dalla partecipazione in prima persona, che conduce in ultima istanza alla definitiva risoluzione di “affidare la propria vita alla cura trasformante di Dio in risposta all’esperienza della misericordia [della compassione e della comprensione] di Dio” (Merriam Webster Unabridged Dictionary, mia precisazione tra parentesi quadre).
Sottolineo in questa definizione l’atto di affidamento come spontanea, gratuita, libera “risposta” all’esperienza della misericordia (comprensione / compassione) sperimentata nello spazio del rapporto con Dio. Si tratta di un’esperienza di fiducia, dell’affidamento sicuro sulla capacità, sulla forza, e sulla verità di Dio. Un atto che riguarda la dimensione non solo della ragione, ma di «tutto il cuore», di «tutta la tua anima» e di «tutta la tua mente» (Mt 22, 37).
La fiducia in Dio matura nel tempo nel corso di tutta una serie di situazioni che funzionano come banco di prova del rapporto, in modo apparentemente simile a quanto avviene nella costruzione dei legami affettivi umani.
Di fatto è forte la somiglianza con la relazione di Attaccamento umano sopra descritta. Anche tra genitore e bambino si instaura un rapporto di legame esclusivo, predisposto in origine alla cura reciproca.
Tuttavia, il tipo di legame che si instaura con il Padre celeste si caratterizza per due aspetti totalmente diversi:
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In primo luogo è Dio che ama per primo, e l’uomo risponde di conseguenza («Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo» - 1Gv 4,19). In tal senso, motore dell’atto non è la mente dell’uomo, o il nostro ego; ma Dio. Nell’atto dell’affidamento l’ego si abbandona nella mani del Padre. E abbandona la presa con un atto libero e liberante. Questa caratteristica differenzia totalmente la Fede nello Spirito da ogni atto di cura spirituale, in cui è sempre la ragione o l’ego a governare l’esperienza di guarigione;
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L’amore del Padre celeste è totalmente incondizionato, illimitato, “senza se e senza ma” (Padre Ottavio De Bertolis S.J.); dunque non limitato da alcuna riserva o condizione. Qualunque cosa facciamo, Dio continuerà ad amarci e a sostenerci, senza abbandonarci, mai. Per questa qualità assoluta, e incondizionata, l’amore di Dio supera quello di ogni essere umano. Perché va oltre la morte. In altre parole, il suo amore, e il suo potere travalica la nostra esperienza umana di finitezza, di vita e di morte.
E’ dunque fondamentale poter distinguere queste qualità, che differenziano totalmente la psicoterapia e la cura spirituale umana, che hanno l’uomo al centro, dall’atto d’amore, di compassione / comprensione e di cura vissuto all’interno del rapporto di fiducia con Dio, che hanno lo Spirito di Dio all’origine dell’esperienza.
E’ altresì vero che la capacità di insight psicologico, di cui parlavo all’inizio, e soprattutto l’umiltà, ossia la condizione di pensarsi oltre l’illusione su se stessi, sono condizioni necessarie per maturare un rapporto di fiducia con Dio che sia libero dalle dipendenze psicologiche; in altre parole un rapporto con Dio che rappresenti la liberazione dallo stato di dipendenza dalle paure che caratterizzano le nostre relazioni di attaccamento all’interno della famiglia d’origine.
In tal senso, la psicoterapia prepara il terreno psicologico affinché la straordinaria astronave dello Spirito possa finalmente atterrare, ossia incarnarsi nella nostra vita quotidiana, depurata dalle paure e dalle prevaricazioni dei nostri genitori (e dalle mancanze di responsabilità di noi figli). E lo Spirito ridona alla nostra vita la condizione originaria di bellezza e di gioia, di fiducia e di grazia sostenuta e alimentata dalle emozioni positive, che ci collegano e ci integrano al prossimo e ai fratelli.
Il “ritornare all’origine”, il “riportarsi nel luogo da cui si è partiti o ci si è allontanati” è molto vicino alla matrice ebraica del termine conversione (“shub” שׁוּב), che significa “essere riportati indietro, alla buona origine, alla nostra condizione originaria, che è propria della nostra autentica esperienza di Fede.
Direzioni future: testi, immagini spirituali e sistemi di significato come strumenti di cura spirituale
Il dolore chiede diritto d’asilo nella chiesa delle immagini.
Christian Bobin
Il progetto “Testi, immagini spirituali e sistemi di significato come strumenti di Spiritual Care”, promosso dalla Fondazione Neurone Onlus, si inscrive nel quadro delle ricerche dedicate al rapporto fra testo spirituale e linguaggio figurato. Esso si propone d’indagare il potere terapeutico delle immagini spirituali in tutte le loro forme, testuali, retoriche e poetiche a partire dal patrimonio della tradizione cristiana. Secondo uno dei più grandi Padri della Chiesa infatti, «La parola che Dio ci rivolge interiormente, più che farsi sentire, si vede» (Gregorio Magno, Moralia in Iob, XXVIII, 2).
I mistici come i poeti – a cui pure il progetto desidera riservare uno spazio − sono i custodi di questa parola visiva. Tuttavia, se da un lato gli studi di spiritualità hanno focalizzato l’attenzione sulla complessità teologica del simbolismo mistico, così come sui suoi aspetti retorici e letterari, dall’altro manca ancora un approfondimento sulle potenzialità curative. Per tale ragione obiettivo principale della ricerca è quello di esaminare, in un contesto di cura spirituale, l’azione trasformativa delle rappresentazioni contenute nei testi spirituali, e psicoterapeutici, mostrando come esse costruiscano nuove cornici esperienziali e semantiche (di significato) all’interno delle quali poter comprendere e ridefinire (reframing) il vissuto della persona.
L’analisi verrà condotta in una prospettiva multidisciplinare, all’incrocio fra spiritualità, poesia e scienze psicologiche, adottando un duplice approccio.
Il primo, più scientifico, mirerà a esplorare le modalità con cui il discorso visuale disegna una linea di pensiero (line of thought) in grado di destrutturare l’immaginario proiettivo dell’Ego e aprirlo a un “vedere del cuore” − per riprendere un’espressione di Henri Corbin − cioè a un’immaginazione vitale, linfatica, orientata alla rielaborazione estetica del dolore. Su un piano psicoterapeutico, l’analisi riguarderà alcuni testi di sedute di psicoterapia. Particolare enfasi verrà riservata allo studio dei processi di reframing e riordinamento cognitivo ed emotivo della persona.
Il secondo invece, di taglio divulgativo, avrà per finalità la realizzazione di incontri, di pubblicazioni; nonché la produzione di un “blog” dal titolo “Un sentiero immaginabile”, e di una serie di podcast online che possano aiutare a stimolare una riflessione attorno a una cura spirituale di natura estetico-poetica e psicoterapeutica.