Per lo studio e la ricerca in neuro-psico-biologia e neuroscienze cliniche

I DISTURBI E LE MALATTIE PSICHIATRICHE

Dr. Emanuela Costa

Specialista in medicina interna
Ospedale S. Camillo – Forlanini, Roma

La parola “pazzia” è entrata a far parte del gergo comune e viene utilizzata ancora oggi con gran semplicismo. Essa risulta del tutto impropria nei termini scientifici: esistono i disturbi del comportamento, della personalità, dell’umore, dell’ansia, da anni ormai studiati e conosciuti non solo nelle varie espressioni cliniche, ma anche nei meccanismi fisiopatogenetici, che ne sono alla base.

I DISTURBI DELL’UMORE

I disturbi dell’umore comprendono, principalmente, la depressione e il disturbo bipolare.

La Depressione

Quanti di noi, tra amici, conoscenti e familiari hanno avuto esperienza di questa malattia sanno che è una situazione segnata da una profonda sofferenza emotiva. Fino ad alcuni anni fa, le persone cosiddette “depresse” venivano in qualche modo ghettizzate e classificate come “strane, sempre giù di tono, pessimiste, piagnone e iettatrici”; qualche volta venivano addirittura etichettate come “pazze”. Ciò non solo ha costituito un errore concettuale, perché abbiamo già detto che la pazzia non esiste come entità nosografica, ma, cosa ancor più grave, ha procurato un danno agli stessi pazienti, i quali, segnati da un marchio indelebile di inadeguatezza e improponibilità, tendevano ulteriormente a chiudersi nel loro dolore, senza neanche provare a chiedere aiuto. La depressione è una malattia come tante altre, esiste, è frequente, fa stare male, ma si cura, e soprattutto non c’è da vergognarsi se se ne è affetti. Per la depressione esiste una terapia. Testimonianze della depressione si rinvengono già nel 3500 a.C. nei papiri egizi, dimostrazione di come la depressione accompagni la storia dell’umanità da sempre, perché collegata alle esperienze umane così frequenti quali la perdita, l’abbandono, e la solitudine.

La sintomatologia della depressione che spesso insorge dopo avvenimenti percepiti come perdita, fallimento, solitudine, investe sia il versante psicologico, con sensazioni di tristezza, pessimismo, irritabilità, diminuzione dell’interesse e del piacere di vivere, sia il versante somatico. I pazienti spesso riferiscono sintomi a carico dell’apparato digerente, quali nausea, vomito, stipsi, pesantezza gastrica, dolori di tipo colitico, diminuzione dell’appetito; a carico dell’apparato respiratorio, sensazione di fame d’aria, tosse, affanno, disturbi del sonno, perdita della libido. Spesso questi disturbi vengono vissuti come segno di una malattia grave e forse incurabile. La terapia della depressione che si avvale sia di un approccio psicoterapeutico, sia di un approccio farmacologico, consente di migliorare la qualità della vita nei pazienti depressi. Esistono varie classi di farmaci di comprovata efficacia clinica, tra questi gli inibitori selettivi del re-uptake della serotonina (SSRI), i triciclici, gli inibitori delle monoaminoossidasi (IMAO) e gli antidepressivi atipici. Esistono tuttavia casi refrattari alla terapia medica convenzionale, per i quali sono in corso attive ricerche nell’ambito della neuro-psico-biologia, che prevede l’intervento di più specialisti nel trattare casi selezionati di depressione resistente. In particolare, un miglioramento dell’umore, fino al 50% dei casi [il dato non è a tutt’oggi ancora confermato da studi evidence-based], e, in rari casi, alla franca remissione dalla malattia può prodursi nei pazienti refrattari a seguito della stimolazione del nervo vago (VNS). Questo procedimento si esegue mediante l’impianto di un dispositivo elettronico sotto la cute del paziente che stimola il nervo vago, a sua volta connesso con il sistema nervoso enterico, causando un rilascio di peptidi che agiscono da neurotrasmettitori con l’effetto ultimo di produrre il miglioramento clinico.

Il Disturbo Bipolare

Il disturbo bipolare, prima chiamato psicosi maniaco-depressiva, è un disturbo dell’umore caratterizzato da un decorso bifasico, con l’alternanza di fasi di depressione, spesso molto gravi, talora sino alla catatonia, e fasi di mania, spesso altrettanto gravi per le conseguenze che producono. Mentre il paziente depresso si presenta abbattuto, senza energie, senza autostima né interesse per la vita, il paziente maniacale si presenta incredibilmente pieno di energia, ricco di autostima e di sicurezza nelle proprie capacità. Questa sicurezza e la convinzione di avere delle “caratteristiche speciali” conducono spesso il paziente a uno stato di completa incoscienza riguardo alle conseguenze delle proprie azioni. Può comportarsi in modo inappropriato, spendere eccessivamente e compiere investimenti rischiosi, prendere decisioni in modo impulsivo. Sono caratteristici la logorrea, la fuga delle idee, l’eccessiva energia e l’insonnia. Frequentemente il paziente si sente nervoso ed irritabile. Se impedito nel mettere in atto le sue idee megalomani, può facilmente diventare aggressivo. Durante la fase maniacale possono anche svilupparsi sintomi francamente psicotici quali deliri, spesso di tipo persecutorio, e allucinazioni in genere a sfondo mistico o di grandiosità. Nel trattamento di un episodio maniacale acuto si utilizzano normalmente i farmaci stabilizzatori dell’umore, il litio e gli anticonvulsivanti, nonché i farmaci antipsicotici. Bisogna però considerare che i pazienti maniacali con scarso senso critico dello stato di malattia spesso non accettano di buon grado la terapia, non considerandosi malati. Pertanto in alcuni casi è necessario ricorrere ad un ricovero coatto, per eseguire un ciclo di terapia. L’effetto della terapia si manifesta con la scomparsa dei sintomi psicotici (deliri ed allucinazioni) e dei comportamenti bizzarri, oltre che dello stato di euforia e dei disturbi del comportamento. Spesso dopo la regressione della fase maniacale, si ha la comparsa di in una fase depressiva, che può a distanza di un tempo assai variabile, presentare un nuovo passaggio (shift) alla fase maniacale.

I DISTURBI D’ANSIA

I disturbi d’ansia costituiscono i disturbi psichiatrici di più frequente riscontro nella pratica medica: il 15 – 20% dei pazienti che si reca dal medico di medicina generale lamenta tali disturbi. I disturbi d’ansia costituiscono non soltanto una frequente causa di ricorso all’aiuto medico in un ambito prestabilito quale un ambulatorio, ma sono anche motivo di ilarità in un contesto più allegro, quale una serata al cinema con amici, poiché spesso e in modo comico i disturbi d’ansia alimentano la trama di numerosi film, in cui gli attori interpretano brillantemente il ruolo di pazienti ansiosi. Non che la cultura psichiatrica possa riassumersi nei film di Verdone, ma è pur vero che i disturbi d’ansia sono di fatto frequenti e riguardano persone a noi più o meno vicine, e in parte anche noi stessi. I disturbi d’ansia comprendono: il disturbo di panico, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo fobico, il disturbo post-traumatico da stress. Si manifestano con sintomi vari: apprensione, timore, presagi negativi, nervosismo, insonnia, ipocondria e disturbi somatici. In circa un terzo dei pazienti esiste una malattia sottostante che causa i sintomi psichiatrici; negli altri casi invece, ricorrono sintomi somatici, in assenza di una causa organica.

Il Disturbo di Panico

Il disturbo di panico è caratterizzato dalla presenza di attacchi di panico, ricorrenti e imprevedibili. Gli attacchi di panico sono episodi di intensa paura e disagio associati a numerosi sintomi fisici quali palpitazioni, sudorazioni, tremori, affanno, dolore toracico, vertigini e paura intensa di pericoli incombenti o di morire. Spesso compaiono anche disturbi gastrointestinali e parestesie. Gli attacchi di panico hanno un esordio improvviso, si manifestano in circa 10 minuti e tendono a risolversi nel corso di un’ora. La frequenza e la severità di tali attacchi varia. In genere l’esordio è durante la tarda adolescenza o nella prima fase dell’età adulta e si manifesta al di fuori della propria casa. In alcuni individui si sviluppa un’ansia anticipatoria che poi esita in una paura generalizzata ed in un progressivo evitamento dei luoghi e delle situazioni in cui l’attacco di panico potrebbe ricorrere. L’agorafobia, che spesso è presente nei pazienti con disturbi di panico, consiste in una paura irrazionale di trovarsi in luoghi in cui ci si potrebbe sentire intrappolati o da cui non è possibile fuggire. La causa di questi disturbi non è ancora del tutto nota, ma sicuramente coesistono una serie di fattori: predisposizione genetica, alterata risposta del sistema nervoso autonomo e condizionamento sociale. L’attacco di panico è associato a un aumentato rilascio di noradrenalina nel locus coeruleus. Si pensa che i pazienti affetti da disturbi di panico abbiano una maggiore sensibilità nei confronti dei sintomi somatici, che innesca un aumentato stato di attivazione (arousal) che poi scatena l’attacco di panico.

Per ciò che concerne la personalità dei pazienti con disturbo di panico, questi hanno tendenzialmente il timore di “perdere il controllo” sui propri sintomi corporei, e, nell’ambito delle relazioni, sulla possibilità di avvicinarsi o allontanarsi all’altro significativo, sia egli il partner o il genitore. Scopo del trattamento consiste nel ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi di panico.

A questo proposito vengono usate varie classi di farmaci tra cui gli antidepressivi (triciclici, inibitori del re-uptake della serotonina – SSRI, IMAO) e le benzodiazepine, supportate da uno o più cicli di psicoterapia.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

è caratterizzato da pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi che inficiano lo svolgimento delle comuni attività quotidiane. Il termine “ossessivo” è di derivazione latina, obsidere, che significa assediare. Il termine compulsivo anch’esso di derivazione latina, compellere, significa essere costretto, obbligato. L’intrusione di un pensiero non desiderato nel campo della coscienza, insistente, ripetuto, riconosciuto dal soggetto come proprio e pur tuttavia rifiutato perché molesto e odioso, è un fenomeno conosciuto più o meno da tutti, specialmente in certi stati di tensione e stanchezza. Ora, i pensieri ossessivi, che noi tutti possiamo esprimere, ci danno un’idea del pensiero compulsivo, ma l’intensità di quest’ultimo, la sua persistenza, non ha paragone col fenomeno “normale”.

E’ una vera e propria ruminazione mentale, in cui il paziente è appunto assediato da un persistente ed ostinato contenuto mentale (un pensiero, una parola) da cui non riesce a liberarsi in alcun modo. Queste idee iterative e incoercibili vengono si vissute dal paziente come irrazionali, ma vengono altresì vissute come proprie, facenti parte del sé, e quindi sono molto angoscianti. Le idee che ricorrono frequentemente nella ruminazione mentale variano da banali atti quotidiani a tematiche metafisiche, e si manifestano per esempio con la continua ripetizione di motivi musicali, di parole, o pensieri a carattere blasfemo, o la tendenza a fare calcoli sempre più complicati ed elaborati. Altre due caratteristiche si associano alle idee ossessive: la follia del dubbio e i cerimoniali. La follia del dubbio è costituita da un continuo, quanto inutile interrogarsi su questioni attinenti l’azione, che pertanto viene vanificata. Ciò rende praticamente impossibile eseguire anche delle banali azioni, e il paziente è completamente paralizzato. Come difesa dalla ruminazione mentale e dalla follia del dubbio il paziente mette in atto, sul piano comportamentale dei cerimoniali, altrimenti detti compulsioni. La caratteristica dei cerimoniali è il fare e il disfare; dapprima il paziente compie un’azione, (che ha un significato simbolico per quel paziente), ma subito dopo ne compie una uguale e contraria che annulla la precedente. Questo comportamento è appunto un comportamento compulsivo. Vi ricordate il film “Qualcosa è cambiato” con Jack Nicholson? Ebbene il protagonista era affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo. Il meccanismo che è alla base di questo disturbo non è del tutto noto; tuttavia sembra che siano coinvolte alcune aree cerebrali quali la corteccia frontale orbitale, il nucleo caudato e il globo pallido.

La terapia farmacologica a base di antidepressivi triciclici e SSRI è efficace nel 50-60% di questi pazienti; mentre mostra maggiori risultati la psicoterapia.

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

I disturbi del comportamento alimentare sono un gruppo di disordini psichiatrici caratterizzati da modalità alterate di alimentazione, dalla percezione errata riguardo alla forma e al peso corporeo, e dalla relazione tra autostima e aspetto fisico. Questi comprendono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione frenetica (BED: binge eating disorder).

L’ Anoressia Nervosa

L’anoressia nervosa è un disturbo alimentare relativamente frequente; colpisce lo 0,5% delle donne, è molto meno frequente negli individui maschi, e ha due picchi di incidenza, intorno ai 14 anni e dopo i 40 anni. E’ frequente nei paesi in cui vi è abbondanza di generi alimentari e in certi ambienti professionali quali quelli di ballerine, ginnaste e modelle. E’ un disturbo gravato da una prognosi seria, con mortalità elevata, circa il 5% – 15% ogni decade di follow-up, tasso massimo tra i disturbi psichiatrici. Ma al di là di queste cifre, quanti tra noi hanno avuto esperienza di questa malattia sanno quanto difficoltosa sia la gestione di tali pazienti e dei loro ambienti familiari e quanta sofferenza e incomunicabilità graviti intorno a tale disturbo. Le cause di tale malattia non sono ancora del tutto note; esistono certamente fattori genetici, vista la concordanza tra gemelli monozigoti rispetto ai dizigoti, tuttavia non sono stati trovati i geni responsabili. Esistono alterazioni neuroendocrine, ma anche in questo campo rimangono insoluti alcuni dubbi. Esistono infine fattori socioculturali, che sono quelli propri della nostra società ove esiste un’associazione tra l’essere di successo e felici con l’essere magri. Insomma siamo continuamente bombardati da messaggi che più o meno velatamente (in genere meno) associano fama, notorietà, successo, benessere economico, riuscita e affermazione sociale a personaggi stereotipati, alti, magri, ben vestiti, sorridenti, sempre “in tiro”. Questi messaggi colpiscono non soltanto il mondo degli adulti, ma anche il mondo dei bambini o meglio delle bambine e degli adolescenti. Dalla bambola di pezza, siamo passati alla Barbie, introducendo già nel gioco un messaggio implicito di un modello da imitare, messaggio ambiguo e quindi mal discernibile, ma certamente efficace. Al di là di queste considerazioni, quali sono le qualità che caratterizzano le pazienti affette da anoressia? In genere sono persone che si distinguono per un’alta dose di perfezionismo e un’estrema sensibilità al giudizio altrui. Spesso si riscontrano dei fattori di rischio, quali storie di abusi fisici o sessuali o familiarità per disturbi comportamentali, ma il tratto caratteristico è l’ossessione per il peso. Queste pazienti sono incentrate sul peso corporeo, quanto più dimagriscono tanto più si sentono realizzate, laddove se ingrassano si sentono delle fallite, confermando l’associazione tra autostima e magrezza. La percezione del loro schema corporeo è alterata, e nonostante esibiscano un aspetto emaciato, il loro pensiero è dominato dall’idea di essere ancora grasse, e la volontà è quella di dover ulteriormente dimagrire. A nulla valgono i commenti altrui che facciano notare l’aspetto di estrema magrezza; l’anoressica concentrerà tutte le proprie energie nel perdere peso.

Raramente avverte il senso di fatica o di fame ormai si è imposta di dimagrire e dovrà raggiungere il proprio scopo, attraverso diete restrittive, attraverso uno strenuo esercizio fisico, o attraverso assunzione impropria di lassativi o diuretici, specialmente se ha ecceduto con l’alimentazione. Esistono infatti due sottotipi di anoressia nervosa; il sottotipo cosiddetto “restrittivo” e il sottotipo “alimentazione frenetica / purgativo”. Il primo caratterizzato da comportamenti alimentari appunto restrittivi, cioè da diete ferree, limitate in quantità e qualità degli alimenti, il secondo caratterizzato da abusi alimentari cui seguono poi comportamenti atti a ovviare a tali atti, quali autoinduzione del vomito o abuso di lassativi. Quali sono i sintomi fisici che accompagnano l’anoressia? In genere c’è intolleranza al freddo, bradicardia (bassa frequenza del cuore), ipotensione (pressione bassa) e ipotermia. Si può manifestare alopecia, o lanugo (peluria dei neonati). Spesso le palme delle mani sono giallastre (ipercarotenemia) per il consumo abbondante di vegetali contenenti vitamina A. Vi sono alterazioni negli esami di laboratorio (lieve anemia, leucopenia, ipercolesterolemia, iperazotemia, iponatriemia). Quando è associato l’uso dei diuretici, si apprezzano anche altri disturbi elettrolitici che predispongono l’insorgenza di aritmie cardiache. Alterazioni cardiache sono rilevabili all’elettrocardiogramma.

Spesso si riscontrano dispepsia (sensazione di difficoltosa digestione) e stipsi.

Frequente è l’amenorrea, (mancanza delle mestruazioni) e quindi la sterilità, (reversibile col recupero del peso corporeo) e grave per le conseguenze, l’osteoporosi (fragilità delle ossa dovuta a carenza di calcio). Quali sono le terapie per le pazienti affette da anoressia? Il primo obiettivo è quello di ottenere un incremento del peso corporeo pari al 90% del peso previsto (aumentando 1-2 Kg a settimana). Ciò può essere ottenuto con diversi mezzi, tra cui l’ospedalizzazione e l’introduzione di nutrizione artificiale sia mediante sondino naso-gastrico sia mediante infusione di sostanza nutritive endovena. Questo è il periodo più critico in cui c’è bisogno di un adeguato supporto psicologico. In genere nelle forme di anoressia che insorgono durante l’adolescenza, oltre una psicoterapia individuale, c’è bisogno di una psicoterapia familiare, quest’ultima non indicata nelle forme che insorgono nell’età adulta. La psicoterapia deve cercare di ottenere una relazione medico-paziente in cui la paziente si senta un’alleata del medico, e condivide l’obiettivo curativo (l’aumento del peso corporeo). In un secondo tempo la relazione sarà volta sviscerare la paura di ingrassare e a far aumentare l’autostima della paziente, cambiando l’oggetto della stessa, non più basandola sul peso corporeo, ma indirizzandola verso altre attività. In questo senso la psicoterapia cognitivo-comportamentale ottiene dei buoni risultati. Viceversa la terapia farmacologia generalmente non è indicata.

La Bulimia Nervosa

La bulimia nervosa è caratterizzata da episodi ricorrenti di alimentazione sfrenata e da comportamenti compensatori volti ad evitare l’aumento del peso.

La parola bulimia deriva dal greco: “bous” che significa bue nel senso di grande, e “limòs” che significa fame, quindi sensazione di “grande fame” o meglio di un appetito insaziabile con necessità di ingerire eccessive quantità di cibo. E’ una malattia relativamente frequente, colpisce le donne dall’1% al 2% e gli uomini nello 0,1% dei casi. Ha una prognosi migliore rispetto all’anoressia. Anche in questo caso esiste una vulnerabilità genetica e una predisposizione familiare (depressione, ansia e abuso di alcol), ma sicuramente un ruolo importante è svolto dall’ambiente sociale, culturale ed individuale, così come nell’anoressia nervosa. Anche in questo disturbo l’autostima è correlata con il peso corporeo. La caratteristica principale in questa malattia è il porre in atto comportamenti compensatori volti a non aumentare di peso dopo grandi “abbuffate”. Esistono anche in questo caso, due sottotipi di bulimia nervosa; il sottotipo cosiddetto “purgativo” e il sottotipo “non purgativo”. Il primo caratterizzato dall’uso di purghe, diuretici, clisteri. Il secondo caratterizzato da altri meccanismi compensatori, quali periodi di digiuno, di attività fisica estrema, ma esenti comunque da misure di tipo purgative. Caratteristiche fisiche tipiche in questa malattia non ve ne sono, a parte disidratazione (secchezza della cute e delle mucose), erosioni dello smalto dei denti e talvolta calli sulle falangi delle dita (segni indiretti di protratta autoinduzione del vomito). Viceversa sono numerose e spesso gravi le complicanza mediche dovute all’abuso di purganti, di diuretici o a episodi di vomito protratti. In particolare sono da sottolineare i disturbi elettrolitici che redispongono ad aritmie cardiache, alcalosi metabolica, irritazione dell’esofago (dovuta al vomito) e dell’intestino (da clisteri e lassativi) in cui incorrono le pazienti affette, specialmente del sottotipo “purgativo”. Anche in questo caso l’approccio psicoterapeutico ed in particolar modo quello cognitivo comportamentale dà buoni risultati, con guarigione nell’80% dei casi. E’ indicata l’ospedalizzazione se coesistono idee suicidarie o rischi di natura medica. A differenza dell’anoressia nervosa, per la bulimia è indicata la terapia con farmaci antidepressivi sia con SSRI, che con triciclici che con IMAO, tuttavia si hanno ricadute alla sospensione di tali medicamenti. Quindi il trattamento di scelta rimane quello psicoterapeutico.

Il BED

Il BED (“binge eating disorder”), cioè il disturbo da alimentazione frenetica) è un disturbo classificato di recente e caratterizzato da episodi ripetuti di alimentazione appunto frenetica, come si hanno nella bulimia nervosa, non seguiti tuttavia da comportamenti compensatori. In genere vengono colpiti uomini di mezza età, o donne francamente obese. Coesiste una significativa associazione con altri disturbi psichiatrici quali la depressione e l’ansia. Non sono ancora note le strategie terapeutiche indicate nella cura di tali disturbi.

LE PSICOSI

La Schizofrenia

La schizofrenia viene considerata come l’archetipo delle psicosi; viene inoltre considerata come una malattia mitica poiché rappresenta la malattia mentale per eccellenza, quella che comporta la perdita delle facoltà psichiche più importanti quali l’affettività ed il rapporto con la realtà.

E’ una malattia di frequente riscontro, interessando circa l’1% della popolazione, e colpendo giovani dai 15 ai 35 anni nel 70% dei casi. E’ più frequente nei paesi scandinavi e tra le razze “non-bianche”.

I sintomi caratteristici della schizofrenia vengono distinti in due categorie; sintomi positivi e sintomi negativi. I sintomi positivi comprendono i deliri e le allucinazioni. Un delirio è un’idea erronea che non recede alla critica (es: “credo che degli extraterrestri mi stiamo spiando per farmi del male”); un’allucinazione, che è un disturbo della senso-percezione, è una percezione erronea che non ha corrispondenza nell’esterno (es: “sento delle voci che mi impongono di andare in un certo posto”). I sintomi negativi sono caratterizzati da progressivo ritiro affettivo; da anedonia e apatia. L’anedonia è un termine di derivazione greca ed esprime l’incapacità nel provare piacere; l’apatia, anch’esso di derivazione greca “apatheia” significa indifferenza, inerzia, mancanza di volontà e di interesse di fronte alla vita e ai sentimenti.

I sottotipi di questa psicosi vengono classificati in base alla sintomatologia d’esordio; così esiste il sottotipo paranoide, in cui sono predominanti i deliri a sfondo persecutorio, il sottotipo catatonico che a sua volta si manifesta sia con sintomi quali l’agitazione, sia con un estremo ritardo negli atti motori, il sottotipo indifferenziato e quello disorganizzato. In genere tuttavia, l’evoluzione di tale malattia è verso il progressivo declino delle attività psico-sociali, compresa l’attività lavorativa, le relazioni interpersonali, e la cura stessa della persona. La causa della schizofrenia, purtroppo non è ancora nota ma sicuramente c’è una componente familiare, sia per ciò che riguarda la genetica, sia il tipo di famiglia. Nel corso di 25-30 anni di osservazione clinica, soltanto 1/3 dei pazienti schizofrenici ha una remissione della sintomatologia. I 2/3 invece hanno un decorso cronico con ricadute o con ospedalizzazioni. La terapia della schizofrenia anche in questo caso si avvale di un approccio psicoterapeutico per il paziente e per i familiari, per monitorizzare il decorso della malattia, riconoscere i sintomi di una ricaduta, facilitare l’aderenza alla terapia farmacologia. La psicoterapia ha inoltre un ruolo di supporto educazionale e riabilitativo e cerca di prevenire o almeno minimizzare il deterioramento cronico psicosociale in cui incorrono i pazienti. Il trattamento farmacologico deve essere mantenuto cronicamente per evitare le ricadute della malattia. Consiste nella somministrazione di farmaci antipsicotici. Questi farmaci pur avendo effetti benefici, sono gravati da effetti collaterali, tra cui disturbi nel movimento di tipo extrapiramidale, e dalla discinesia tardiva che consiste nella comparsa di movimenti involontari della bocca, delle labbra, della lingua, del tronco o degli arti. Da alcuni anni, sono disponibili altri farmaci, gli antipsicotici “atipici” caratterizzati da minori effetti collaterali.

Sia per la fascia d’età in cui si manifesta la schizofrenia, sia per la gravità del decorso clinico, c’è necessità di compiere ulteriori studi riguardo tale malattia che possano meglio chiarirne l’eziologia e che possano influenzarne la prognosi.

I DISTURBI DI PERSONALITA’

Il comportamento di un individuo viene descritto non solo dalla cognizione e dalle emozioni, ma anche dalle azioni e dal cosiddetto stile di personalità che rappresentano dimensioni ulteriori di studio e di ricerca. Modelli di comportamento persistenti, disfunzionali e maladattativi nel rapporto con gli altri vengono chiamati disturbi di personalità. Gli individui affetti da un disturbo di personalità mostrano ricorrenti difficoltà nel rapporto con gli altri, ovvero nell’ambito psicosociale. Ciascun individuo possiede un proprio repertorio di tratti comportamentali con cui affrontare le sfide della vita. Questa predisposizione per certa parte dipende dal contesto derivante dal rapporto con le figure genitoriali, il cosiddetto legame di attaccamento, e riguarda il carattere; per altra parte è invece indipendente dal contesto, e riguarda caratteristiche legate al temperamento. Qualità che descrivono la personalità di un individuo sono ad esempio la perseveranza, la sospettosità, l’irritabilità, la passività, la timidezza, la dipendenza dalla ricompensa ecc. I disturbi di personalità hanno uno spettro di gravità, limiti e livelli soglia scarsamente definiti. E’ questo il motivo per cui si parla di stili di personalità per descrivere i tratti di personalità che non arrivano a livelli di gravità particolarmente disadattivi.

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